ROSELLINA – STORIA DI UNA PARTIGIANA

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25 Aprile 1945 – Canto festoso di un gruppo di partigiane fiorentine dopo la liberazione della città (foto dal web)

91 anni circa, partigiana. Si presenta alla sede Anpi della circoscrizione 4, Sezione Martiri del Martinetto, una signora distinta, tranquilla, con due occhi grandi e azzurri. Era chiamata Rosellina e per privacy ha preferito non pubblicare il suo nome per intero. Non ci tiene alla notorietà, nonostante abbia fatto molti incontri nelle scuole e sia conosciuta. Si dichiara una partigiana, ma la sua storia è quella di una resistente, come tanti altri, che non vuole essere ricordata per nome, ma per quello che ha vissuto e fatto sul campo.  Vuole solo che la sua testimonianza sia tramandata per ricordare gli anni del fascismo in Italia.

All’età di 15 anni inizia a lavorare in Fiat a Torino. Qui entra in contatto con un gruppo di militanti e antifascisti. Siamo nel 1943 quando la resistenza italiana inizia a mobilitarsi con volantini e riunioni segrete. Ricorda con dolore la fame, la mancanza di cibo, i bambini che lavoravano nelle filande all’età di 8 anni. C’era povertà ovunque.

Abitava in Piazza Sabotino e insieme a 14 persone, dopo il lavoro, si riunivano in incontri segreti creando manifesti antifascisti attraverso le indicazioni che arrivavano dalla zona del Canavese, dalla Divisione Garibaldi.

Ai tempi non vi era la fotocopiatrice, ma il ciclostile un sistema di stampa meccanico, con una manovella, utilizzato per produrre volantini. Li attaccavano nelle case aperte, al muro, tramite una colla fatta in casa composta da farina, acqua e aceto. Non vi erano mezzi e tutto veniva svolto nella più totale segretezza lontano dagli occhi e orecchie del partito fascista.

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Stampa con il ciclostile (foto anonima presa dal web)

Ogni mattina i soldati grattavano via i manifesti e ogni giorno loro ne producevano altri attaccandoli sui muri.

Ha 17 anni inizia la sua resistenza. Alcuni doppiogiochisti, al servizio del regime,  si infiltrano nel gruppo segreto, per poi fare irruzione e bloccarli. Due resistenti scappano, ma vengono subito fucilati. Rosellina non tenta la fuga e viene arrestata. “Meno male “dice. “Se oggi sono ancora viva è stato perché sono rimasta immobile”. Inizialmente viene trattenuta per 3 giorni a Casa Littoria, sede locale del partito fascista, oggi meglio conosciuto come Palazzo Campana in via Carlo Alberto 10. I gerarchi perquisiscono la sua casa di Piazza Sabotino in cerca di prove, ma fortunatamente la borsa in tela contenente i manifesti non viene scoperta. Interrogano la madre e il fratello, che negano tutto e sostengono di essere ignari della situazione.

Durante l’interrogatorio Rosellina ricorda un dialogo avuto con un soldato: “Parla, altrimenti ti ammazzo. Questa pistola è ancora fumante”. E lei risponde “Fai il tuo dovere”. Se queste parole risuonano come un atto di coraggio soprattutto per le giovani generazioni, sono per Rosellina un ricordo incosciente dettato dalla sua giovane età.

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Donne partigiane in marcia

La fortuna è ancora una volta dalla sua parte, essendo una ragazzina non viene torturata, ma ricorda con sofferenza altri partigiani come lei che al contrario, subirono violenze da parte dei soldati con lo scopo di estorcere informazioni sulla resistenza.

Dopo 3 giorni viene trasferita in prigione presso le Carceri “Le Nuove” di Torino. Qui rimarrà per 4 mesi, da Novembre a Marzo. Ricorda il freddo della cella e il poco cibo. Nella sua detenzione le viene proibito di avere contatti con amici e conoscenti, ma ringrazia sua madre che ogni giorno, le portava da mangiare. “In prigione ci davano da mangiare la carne” dice sorridendo in modo sarcastico. “Formiche e scarafaggi”.

Noi partigiani non volevamo la guerra” dice Rosellina. “Noi facevamo la resistenza e scappavamo sulle montagne perché era l’unica cosa possibile”.

Tra i ricordi ci tiene a sottolineare un fatto importante. Il regime chiedeva di “donare” la fede d’oro per la patria. Non vi erano alternative altrimenti venivi additata come appestata e ribelle. Questo è il prezzo della dittatura. Solo con il tempo si scoprirà che nella cittadina di Dongo, al confine con la Svizzera venivano fuse le fedi per creare lingotti d’oro. Circa 8 miliardi di lire dell’epoca, raccolti da Mussolini per il “fondo riservato” alla Repubblica Sociale Italiana (RSI).

Dopo 4 mesi viene rilasciata. Con il tempo scoprirà che fu uno scambio di prigionieri: lei, partigiana, in cambio di una contessa di stampo fascista che comprò la sua libertà cedendo i suoi averi.

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Murales davanti alla sede dell’Anpi “Martiri del Martinetto” realizzato dal MAU – Museo Arte Urbana.

Rimane a Torino vicino alla madre malata e inizia a fare volontariato come infermiera presso l’ospedale Maria Vittoria. Qui si occupa dei feriti, colpiti dai cecchini fino a quando nel 1945 la guerra finisce.

Il suo racconto è chiaro, lucido. Ricorda bene il passato e a tratti si ferma nel suo racconto alternando momenti di pausa e riflessione. Ai giovani di oggi vuole dire di non dimenticare, di non farsi fare il “lavaggio” del cervello dai politici, di pensare e vivere essendo sempre coscienti.

Una grande donna che ha vissuto la guerra, la prigione, la fame e la sofferenza e che oggi, con tanta umiltà ha ricordato la sua vita.

Grazie Rosellina.

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