SANDEH VEET – STORIA DI UNA TRANSGENDER

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Sandeh Veet

Ho conosciuto Alessia  Montemezzani, meglio nota come Sandeh Veet (in sanscritto “Oltre i dubbi”) per caso. Nell’intervista realizzata a casa sua, pensavo di incontrare una donna a cui avrei fatto mille domande sulla sua transessualità per scoprire il suo percorso. Ma parlando, mi sono resa conto di come questa parte della sua vita, sia un piccolo pezzetto della sua storia e che il percorso di vita che ha fatto è incredibile, pieno di sfumature e dettagli. Ne è uscita fuori una storia che parla di Alessia a 360° e non si focalizza sul suo transgenderismo, anche perché Sandeh, è così in armonia con sé stessa che ha altro da raccontare e ci tiene a spiegarmi la sua vita in toto.  E così, con Gina in braccio, il barboncino da cui non si separa mai, prendo appunti mentre parla.

Di seguito sarà raccontata brevemente la sua vita, ma per l’approfondimento vi rimando alla lettura del suo libro che sarà presto pubblicato.

Di origine siciliana, nasce a Catania, nel 1964, frequenta due anni di istituto professionale Analista Clinico Biologico, ma all’età di 15 anni viene cacciata di casa dal patrigno per il suo modo “troppo femminile” di vestirsi. Si trasferisce a Torino e inizia a lavorare per l’azienda della Fiat Comau, costruendo armadi elettrici per le fabbriche. Ci lavora per circa 8 mesi fino a quando decide di presentarsi in abiti femminili e di farsi chiamare Alessia. I superiori non gradiscono e la mettono in cassa integrazione per un periodo, per poi licenziarla con la falsa accusa di assenteismo.

Si ritrova senza lavoro e non riuscendo a trovare altre occupazioni, inizia a fare la prostituta per vivere.

Siamo negli anni 80. Vi è il boom della prostituzione e anche Alessia si ritrova coinvolta. Non è la vita che sperava e cercava, come ogni ragazza, sognava il principe azzurro, ma la dura realtà è un’altra. È molto giovane rispetto alle sue colleghe più anziane ed esperte. La conquista del marciapiede non è facile e il suo rifiuto verso questo mondo che non le appartiene le crea molti problemi. Ha varie relazioni con uomini, e anche con una ragazza, l’unica della sua vita. Ma essere transgender e stare con una donna porta ad una discriminazione maggiore da parte delle colleghe. Per superare le difficoltà si butta nell’eroina da cui diventerà presto dipendente, come rimedio al dolore, dal distacco della vita e come unica soluzione per accettare di lavorare sul marciapiede.

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Sandeh e Gina nel soggiorno di casa

Per 5 anni è una tossicodipendente . Oggi ricorda con un tono quasi delicato quegli anni, chiamando la sostanza stupefacente, “Mamma Eroina” perchè era l’unico modo per trovare un rifugio e sopravvivere alla realtà della prostituzione. L’alternativa era suicidarsi. La droga le permette di vivere gli eccessi di ciò che è, senza paura di essere giudicata o fraintesa, mostrandosi come è veramente: Alessia.

Alessia ha sempre sentito di avere una parte femminile in lei molto sviluppata. I gesti, i movimenti e i vestiti che indossa sono spontanei e io stessa non potrei che vederla e immaginarla così com’è. Mi precisa che non è operata e non ne sente il bisogno. È un’anarchica convinta e sta aspettando i nuovi documenti perché con la nuova sentenza della Corte di Cassazione sulla legge 164 è possibile ottenere il nome femminile anche senza operazione chirurgica. Ma essere sé stessi è una grande forma di coraggio. Il padre la rifiuta, ma nonostante questo Sandeh è libera come il vento e a testa alta continua per la sua strada.

Nel 1982, all’età di 18 anni inizia il suo attivismo e fonda il MIT (Movimento Italiano Transessuali) a Torino insieme a Roberta Perini all’interno dell’associazione F.U.O.R.I. (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) fondato per i diritti degli omosessuali. La sua vita come prostituta e con le droghe però continua.

Un giorno la polizia fa irruzione nel suo appartamento prestato ad una amica e trovano 1 kg di eroina. Non è sua ma viene arrestata e finisce in prigione per 13 mesi per favoreggiamento allo spaccio.

I suoi 13 mesi in prigione sono molto tranquilli. Vengono divisi in 5 mesi alle Carceri le Nuove e 8 presso le Vallette. Grazie ad eventi fortuiti e a conoscenze influenti la sua permanenza in prigione è serena. Viene rispettata dagli altri detenuti e non subisce violenze o altre ritorsioni. Nei primi mesi trascorsi si disintossica. Passa una settimana tra crampi, dolori allo stomaco e vomito. Si rifiuta di prendere metadone e tavor perché vuole ripulirsi definitivamente e non essere dipendente da altri farmaci.

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Sandeh Veet mentre suona il tamburo in un rito di meditazione davanti alle foto dei grandi maestri indiani

Sandeh sostiene che “Il carcere è l’università della malavita”. In prigione impari di tutto, a vivere e sopravvivere e stringi amicizie con clan e altri detenuti che sono dentro per il tuo stesso motivo. Si crea una famiglia in cui sei protetta e con cui crei alleanze.

Finito il periodo di detenzione decide di andare in Comunità. È consapevole che senza lavoro rischierebbe di ritornare alla sua vita precedente. Il destino la porta alla comunità di Trapani “Saman” (che significa “canzone” in sanscritto) fondata da Mauro Rostagno e ispirata al movimento di Osho Rajneesh.

Qui rimane colpita da una foto del maestro Osho e inizia a seguire corsi di meditazione e recitazione avvicinandosi alla filosofia indiana. Nella comunità viene riconosciuta come Alessia e non con il suo nome maschile ancora presente nei documenti. La sua consapevolezza come transgender, lo scoprire se stessa, il superamento della paura attraverso l’amore e l’accettazione plasmano il suo carattere creando le basi per il futuro. La fiducia che la comunità ripone in lei fa si che dopo 8 mesi diventi Responsabile dell’Infermeria.

Siamo nel 1990, inizia una relazione con un ragazzo della comunità sieropositivo, ma dopo pochi mesi risulta anche lei infetta. È ben consapevole del rischio che ha corso e non si ritiene una vittima. Sa che può affrontarla in due modi: come vittima, o come guerriera. Anziché la medicina tradizionale sceglie di curarsi con l’omeopatia e l’ayurveda, che accompagnano la malattia senza combatterla, non entrando in conflitto con l’uso di farmaci che deteriorano l’organismo.

Nel 1991 lascia la comunità, ritorna a Torino e si ritrova senza lavoro. Ricomincia a prostituirsi, ma con una consapevolezza nuova e diversa rispetto a prima. Ora sceglie i suoi clienti e questo le permette di accettare meglio la sua situazione. Continua il suo percorso spirituale sempre alla ricerca della sua parte interiore attraverso corsi di Reiki, Cristalloterapia e Channeling .

Negli anni ha avuto numerose relazioni con uomini. Da personaggi influenti, politici, carabinieri, uomini sposati. “Ho fatto persino la portaborse” dice sorridendo. Il suo fascino e il suo modo di porsi attira le persone, la sua semplicità è come una calamita!

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Gina, la sua fedele amica barboncina

Nel 1993 ritorna nell’attivismo ed entra nel Circolo Maurice, rifondando il MIT. Inizierà numerosi viaggi in India che la porteranno a sostare 6 mesi all’anno. Ricorda con simpatia le 52 ore di treno indiano per raggiungere il maestro Guruji o i lunghi 3 mesi, di cui 45 giorni passati sull’Himalaya per la purificazione del corpo grazie ad un macchinario creato dalla Dottoressa Hulda Clark una macchina chiamata Zapper  che emette a basse tensioni (circa 7-9 volt) delle frequenze (microbicide) adatte a aiutare la distruzione dei parassiti. Usa medicine alternative per tenere sotto controllo l’HIV, l’omeopatia e la medicina ayurveda fanno al caso suo.

Durante gli anni entra a far parte di una Associazione chiamata AssoCanapa che sostiene l’uso terapeutico della canapa e altri benefici legati a questa pianta. Nel 1998 tiene un convegno al Caffè Procope di Torino sostenendo le sue tesi. Negli stessi anni inizia a lavorare in discoteca allo Studio 2 che produce house music insieme al gruppo organizzativo Latin Superb Posse. Diventa P.R. e fa la selezione alla porta creando il suo personaggio Alessia & House of Love.

Continua il suo attivismo, si avvicina alla CIGL e collabora alla creazione dello sportello trans, ma la lotta per i diritti delle persone omosessuali  toglie spazio ai problemi di quelle transessuali e non si sente rappresentata. “Sono favorevole ad un Arcobaleno Pride che includa tutti” dice Alessia. “Negli anni la terminologia “Gay pride” è stata tolta lasciando solo Pride e questo è un passo avanti, ma continua ad esserci spesso molta intolleranza verso le persone come me”. In fondo è bene ricordare che il movimento di rivolta omosessuale nasce proprio da Stonewall Inn il bar frequentato soprattutto da transessuali, le quali furono le prime a rivoltarsi contro la polizia. “Fu un colpo di tacco di Sylvia Rivera a dare inizio alla rivoluzione!”. E ha completamente ragione!

Sandeh, dopo un lungo periodo lascia nuovamente l’attivismo per dedicarsi alla spiritualità e a sé stessa. “Le persone transessuali che effettuano il passaggio di transizione devono prima trovare sé stesse, essere in armonia con il proprio corpo. È un percorso di accettazione che non sempre avviene con il cambio di sesso. È importante lavorare dentro di sé”.

“Io sostengo la filosofia degli indiani d’America Lakota, che definisce i “Two Spirits” e racchiude in sé il significato dell’individuo transessuale come un soggetto più vicino a Manitù e dunque in grado più degli altri uomini, di comprendere le psicologie maschili e femminili”. Secondo questa filosofia “il mondo si sta preparando a ricevere il femminino sacro, ovvero l’energia femminile sacra. Le persone transgender sono i precursori di questa sacralità e hanno come missione quella di dare una nuova onda energetica”. Una teoria molto simile è quella di Jung, in cui in ognuno di noi, esiste “Animus e Anima”, una parte maschile e una femminile. Lo stesso viene ripreso dai testi Veda e dalla raffigurazione dello stesso Shiva/Shakti, ritratto nella sua effige duale maschio/femmina.

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Alessia Montemezzani – Sandeh Veet

Tra il 2005 e il 2010 inizia corsi di meditazione presso la comunità Saman legate alle dipendenze, al tema della transessualità, al reiki ai tarocchi zen e gira un docudrama di 30 minuti dal titolo “Metamorfosi”  dove parla della sua visione della vita, dall’uso di droghe, dall’hashish, agli acidi, cocaina fino ad arrivare all’eroina. Segue una citazione di William Blake: “La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza”. “Questo eccedere mi ha dato una consapevolezza chiara!”

Nel 2014 riprende il suo attivismo e nel 2015 fonda insieme ad Achille Schiavone e Murat Cinar il Divine Queer Film Festival, con film e convegni sull’identità transgender. Viene invitata anche al “Pembe Hayat  – Vita in Rosa”, promosso dall’università di Ankara, un festival in Turchia che tratta la violenza sulle donne, la prostituzione e la transessualità. Qui presenta il suo docudrama “Metamorfosi”.

Stanca del ricordo del TDOR la giornata per le vittime transessuali che vede una commemorazione triste in stile funerale, crea la Transfreedom  March in collaborazione con SpoT (Sportello Trans) e il Coordinamento Torino Pride, portando la sfilata ad un evento di orgoglio Transgender e Transessuale, simile al Pride, ma con musica jazz. Nel 2015, in contemporanea al festival è stata realizzata la mostra fotografica “Queer Vision” dove 16 fotografi hanno donato le loro opere per l’evento.

Ad oggi continua con i corsi di meditazione, pratica reiki, tarocchi zen e sta scrivendo un libro che spera di finire entro l’estate.

Delle 4 ore chi chiacchere con Sandeh mi ha stupito la sua vita piena di alti e bassi, il coraggio e la determinazione di non arrendersi mai. Nonostante la realtà dura e cruda mantiene in sé il sorriso, la dolcezza e la spiritualità di sapere che “Nulla avviene per caso, tutti gli incontri sono coincidenze scritte” e lei non rimpiange nulla del suo passato. Sa bene che ha ancora molto da fare e molte strade da percorrere.

Come sostiene sempre: “Non lamentarti per le cose brutte: ringrazia la vita per ciò che ti pone davanti. Ringraziala sempre. Se oggi sei ciò che sei è grazie a questo!”

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