L’AURORA DELLE TRANS CATTIVE. IL NUOVO LIBRO DI PORPORA MARCASCIANO

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Porpora Marcasciano

Porpora Marcasciano è una figura storica del transfemminismo[1] italiano, presidente onoraria del MIT – Movimento Identità Transessuale, la prima associazione trans fondata in Italia nel 1979 con lo scopo di ottenere il riconoscimento del cambio di sesso, raggiunto con la legge 164, approvata il 14 aprile 1982.

ll suo ultimo libro ha un grosso valore politico, storico, sociale e letterario. Lo stile ironico, sottile e tagliente narra i momenti più goliardici, ma anche i più drammatici che hanno caratterizzato la vita e le lotte a Bologna, Napoli, Roma tra clandestinità e prostituzione negli anni 70. Le transessuali erano definite “strane creature”, persone dal sesso incerto, inserite nella lista di criminali, ricercate, malate, depravate e degenerate. A quei tempi non esistevano termini per definirti come transessuale, transgender (che vennero adottati negli anni Ottanta con l’aumento della consapevolezza e l’uscita del manifesto “Elementi di Critica Trans” nato sull’onda dell’omonimo libro di Mario Mieli[2]) e si era inclusi nella dicitura “travestiti”. Bastava indossare due o tre accessori non consoni al tuo sesso di appartenenza per essere marchiati come tali e quindi, multati, arrestati e inseriti in reparti di isolamento del carcere, come prevedeva la legge italiana dell’epoca. La vita per una persona trans era reato per il solo fatto di esserci. Era un universo parallelo, assurdo, difficile, duro, una dimensione proibitiva. Il disconoscimento della propria identità era presente anche all’interno della famiglia di provenienza che cercava di nascondere la vergogna dei propri figli anche ai funerali. Essi avvenivano in segreto, con pochi intimi nascondendo il percorso di vita del defunto. Il nome tornava ad essere quello di nascita, scritto sul documento con gli abiti maschili indossati, cancellando ogni traccia del percorso di transizione intrapreso o effettuato. Offese nella vita e nella morte.

Le persone trans erano gruppetti ristretti di persone molto emarginate, tutte prostitute. Non c’era altra possibilità, e se c’erano erano eccezioni. Entravi in un mondo problematico e marginale dove la cosa meno chiara era cos’era il transessualismo. Negli anni Settanta esistevano già le cure ormonali ma non i centri e gli specialisti. I dosaggi erano presi “a caso”, si compravano liberamente in farmacia e ci si basava su quello che avevano fatto gli altri e i risultati visivi ottenuti. La salute e il benessere non erano intese nel senso classico del termine, ma come il poter essere quello che si vuole”.

In questo contesto era difficile mantenere la calma portando ad attuare atteggiamenti e toni volti alla sopravvivenza. Il mondo Trans visto da fuori,  faceva paura, in perenne equilibrio tra fascino e timore del proibito. La storia T. passa attraverso i “non-luoghi, gli spazi negati e proibiti dove il movimento è nato, popolato da favolose creature che, raccogliendo l’essenza stessa della transessualità, la rendevano collettiva. Collocate ai margini perché ritenute “degenerate e cattive”, splendevano di meravigliosa bellezza illegale e i loro corpi, la loro rabbia e la loro sessualità/sensualità diventavano atti di rivolta e autodeterminazione. Vivevano la notte come un contesto urbano di luce in cui esprimersi, le piazze, le strade e le vie erano il loro regno. L’esperienza di Porpora distingue rituali e comportamenti diversi a seconda delle città: Roma, Napoli e Bologna erano i luoghi primari di aggregazioni seguite da Torino, Genova, Firenze. Napoli è la città dei femminielli, fatta di soprannomi, cabale e linguaggi osceni, dal dialetto alle urla, liti e zuffe, vivaci, chiassose, colorate, eccentriche nell’estetica, istintive, dove il confine tra pubblico e privato non esiste perché la vita si vive pubblicamente sulla strada condivisa e dentro i “bassi”, le piccole abitazioni di uno o due vani poste al piano terra dei vicoli partenopei. Roma al contrario, è la città dura dove colpisce la buoncostume con le retate improvvise nelle piazze, la targa sulla porta della cella che riportava il capo di imputazione del carcerato: “travestito” e le numerose tacche incise sui muri del carcere Regina Coeli a indicare i giorni di isolamento vissuti. Bologna, invece, diventa il luogo di lotta, ribellione e nascita del MIT.

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Porpora Marcasciano al Transgender Day of Remembrance (TDoR) del 2016

Prostituzione e transessualità erano intrecciate e inevitabilmente rimandavano l’una all’altra. Fare la prostituta voleva dire esistere, essere visibile, potersi esprimere liberamente. Era lavoro, spettacolo, dramma, rito regola, segno. La preparazione alla vestizione aveva una sua ritualità, l’entrata in scena sulla piazza diventava uno spettacolo, una sfida, una presa di convinzione e coraggio caratterizzata da una presenza forte sprezzante di affermazione di sé stesse sul territorio. Il messaggio era chiaro: “Sono qui, che vi piaccia o no, sono favolosa e lo grido al mondo”. La comunità Trans degli anni 70 era una famiglia che si auto sosteneva, aiutava e difendeva nei momenti del bisogno. La presenza di malintenzionati o clienti violenti c’era, ma al contrario di oggi dove la violenza viene quasi legittimata, ai tempi esisteva una paura di fondo, un timore reverenziale verso quel mondo che attirava ma allo stesso tempo spaventava. Le strade e le piazze diventavano di notte una loro proprietà, chi si addentrava, entrava nel loro territorio. Chi osava sfidare, prendere in giro e offendere le signore della notte, riceveva una lezione. Non si restava passive ad accusare i colpi, si reagiva, con determinazione e orgoglio, senza troppe delicatezze, se necessario arrivando alle mani: “Non c’era nessuna rappresentanza politica o giuridica a difenderci, dovevamo farlo noi. I clienti erano rigorosamente uomini dalla doppia vita: mariti, fidanzati, padri, alla ricerca di un sogno proibito di far uscire fuori la parte di sé inconfessabile e segreta”, cosa che avviene tutt’oggi. Cambiano i tempi ma non le abitudini!

Partendo da questa premessa è possibile capire il sistema in cui si viveva, il quale prevedeva, predisponeva e pianificava l’emarginazione e la soppressione, lasciando segni indelebili e cicatrici sul corpo delle persone e nella memoria collettiva. La storia Trans non nasce nei buoni salotti borghesi o dentro le associazioni, ma sulla strada, nelle baracche, nelle carceri, nei manicomi. Qui si forma l’orgoglio, il loro Pride! Il bisogno di rivolta e liberazione è legato indissolubilmente alla visibilità. I tacchi a spillo sono impronte che restano indelebili, segni essenziali nella storia della liberazione. La stessa Sylvia Rivera attivista Trans, autrice dei Moti di Stonewall diceva: “Non ci può essere pace, né sviluppo culturale, tantomeno avanzamento scientifico, senza diritti“.

I primi ritrovi per organizzare un movimento T. unito e far nascere quello che sarà il MIT sono incontri informali, prima effettuati in casa, successivamente nella sede del Cassero. Porpora racconta i dibattiti, di come la confusione regnava sovrana, insieme ad una comunicazione molto fisica, diretta, con forma, estetica primitiva. L’elemento pregnante restava il corpo, la sua presenza pubblica da sempre negata come simbolo di insubordinazione nuovo e originale. Le riunioni servivano anche per “fare colletta” e sostenere qualcuna in carcere, agli arresti domiciliari o perché malata. Non esistevano sportelli legali e informativi, le associazioni di sostegno, i servizi sociali. Fu grazie a Marcella Di Folco, detta la Marcellona che il MIT iniziò ad avere rilievo e importanza grazie alla sua candidatura a Consigliera Comunale, ai contatti politici, alla nascita della settimana della cultura Trans “Transiti” con iniziative come la mostra fotografica di Lisetta Carmi sui Travestiti o la presenza di attiviste internazionali del calibro di Sylvia Rivera e Julia Murray, uscendo alla ribalta sui giornali per orgoglio e non per cronaca nera.

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Marcella Di Folco, detta La Marcellona

Ad oggi, la realtà Trans è più conosciuta, studiata e visibile rispetto a quegli anni. Ma la dicitura “Disforia di Genere” per identificare il percorso di transizione continua ad essere una parola antiquata che sottolinea la  malattia dalla quale è necessaria una cura per inserire le persone T. nel contesto quotidiano. La rarità, intesa come “favolosità” alla quale appartengono le persone Trans può essere vista come una esperienza dettata di significati e significanti che la rendono significativa, senza aspettarsi che altri le diano un significato, una forma di patologizzazione dell’esperienza.

Il libro “L’aurora delle Trans Cattive” narra storie e vissuti della generazione transgender dagli anni Settanta agli anni Novanta, definendo “trans cattive” coloro che non rinnegano il proprio vissuto e si scagliano contro la “transnormatività”, ovvero la negazione della propria identità storica. Porpora sostiene: “Per la maggior parte delle persone trans non passa più per l’anticamera del cervello di dirsi trans, donna trans, uomo trans, o qualsiasi altro aggettivo che richiami alla preziosa esperienza, quanto piuttosto c’è una smania ossessiva di liberarsene. Lo slogan molto citato ma molto poco percepito, “Un altro genere è possibile”, diventa nei fatti “Lo stesso genere è possibile”. L’ambizione alla normalità ci ha resi ciechi. C’è troppa smania, troppa fretta di prendere le distanze dal mondo delle brutte sporche e cattive, che ci ha fatti nascere, permettendo paradossalmente a tutte e a tutti di essere normali.” Il binomio patriarcale (essere uomo, essere donna) è quello che ci è sempre stato affibbiato, un binomio di perfezione dal quale siamo esclus*[3] e nel quale, non tutte vogliamo appartenere, rivendicando il nostro stato non-binario[4] ma fluido verso i due generi, uscendo da codici, modelli, comportamenti nei quali torneremmo ad essere invisibili. Essere “normali” talvolta coincide con l’essere “normati” qualcosa da cui rifuggire per riprendersi il proprio spazio, fondato sulla decostruzione di genere[5] che il movimento T. ha messo in atto, creando quella la grande rivoluzione moderna.

Dopo l’approvazione della Legge 164 nell’aprile del 1982 e la nascita del MIT a Bologna presso il Cassero, iniziò ad esserci attenzione sul mondo trans: scienziati, esperti e dottori iniziarono a stilare idee, concetti e a creare “una storia delle persone transessuali”. “Si presero la briga di parlare per noi, del nostro corpo e della nostra esperienza, senza chiedere alle dirette interessate la loro storia, pensiero, vissuto”, rimarca Porpora, evidenziando ancora una volta come le loro vite e corpi siano trattati come materiale scientifico e non umano.

All’interno del libro sono citate diverse compagne di lotta e di vita con cui Porpora Marcasciano ha condiviso strade, case e avventure, come la Lucianona, Antonella la Muratora (ex pugile), La Merdaiola, Marcellona (Marcella di Folco), Manuela la Dannata, Pina Bonanno, Romina Cecconi (detta la Romanina), Roberta Ferranti per citarne alcune, senza escludere il sostegno di Pia Covre e Carla Corso le pioniere della liberazione alla professione della prostituzione, fondatrici del “Comitato per i diritti civili delle prostitute” nel 1982.

L’aurora delle Trans cattive è sicuramente uno spaccato del movimento T. fino al giorno d’oggi, che non solo evidenzia le lotte e le sofferenze avvenute, ma sottolinea il pensiero Trans e l’attenzione (mancata) negli anni alla loro storia di appartenenza. Il cambiamento dei tempi e l’affermazione dei diritti gay non hanno portato grandi vittorie al mondo T. che ha sempre dovuto faticare con le proprie forze per essere considerato e visibile, ponendo il dubbio di come nell’acronimo Glbt[6], forse la “t”, non è ultima a caso.

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La copertina del libro

NOTE

  1. Transfemminismo: è una corrente femminista rivolta a coloro che si sentono oppressi a causa dell’eteropatriarcato e non indirizzata solo a chi si sente donna. Il movimento va oltre il difendere l’eguaglianza di genere nella società, bensì ritiene i ruoli di genere, una costruzione utilizzata come strumento di oppressione che intende il genere arbitrariamente assegnato alla nascita come un sistema di potere che controlla e limita i corpi, per adattarli all’ordine sociale stabilito.

Ruolo di Genere: serie di norme e aspettative comportamentali associate ai maschi e alle femmine in un dato gruppo o sistema sociale in base al loro sesso di nascita e appartenenza.

  1. Elementi di Critica Omosessuale”, di Mario Mieli, Feltrinelli, 2017

  2. *: l’asterisco alla fine della parola sta ad indicare un genere non definito (maschile o femminile). Viene utilizzato spesso quando si parla di persone Transessuali o Transgender, ma può essere utilizzato anche per parlare della comunità lgbt senza etichettare le persone in un genere binario.

  3. Genere non binario: è l’identità di genere di coloro che non si riconoscono nel binarismo uomo/donna. Può essere inteso anche come “terzo genere” comprendendo caratteristiche maschili e femminili. È una identità assolutamente dinamica e in continua evoluzione. Coloro che non rientrano nel binarismo di genere sono solitamente più libere dagli stereotipi di genererispetto a coloro che si sentono, a proprio agio nel paradigma binario.  Per approfondimenti sul tema si consiglia la lettura dei testi di Judith Butler e Paul B. Preciado.

  4. Genere: La costruzione culturale che definisce l’uomo e la donna, ossia il maschile e il femminile. Gli esseri umani nascono biologicamente uomo e donna perché rispettivamente possiedono un pene o una vagina. Mentre gli attributi pene/vagina rappresentano il sesso fisico e biologico dalla nascita, il genere è una costruzione sociale, culturale ed educativa e come tale può essere messa in discussione e cambiare. Decostruire il genere vuol dire smontare il binarismo uomo/donna.

  5. Glbt: acronimo di  Gay, Lesbiche, Bisessuali, Transessuali

APPROFONDIMENTI:

L’ aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender”, di Porpora Marcasciano, Edizioni Alegre, 2018

AntoloGaia. Vivere sognando e non sognare di vivere: i miei anni Settanta” di Porpora Marcasciano, Edizioni Alegre, 2015

Favolose narranti. Storie di transessuali”, di Porpora Marcasciano, ManifestoLibri, 2008

Tra le rose e le viole. La storia e le storie di transessuali e travestiti” di Porpora Marcasciano, ManifestoLibri, 2002

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